giovedì, 19 febbraio 2009 ore 10:00
mercoledì, 18 febbraio 2009 ore 19:01
Il punto della faccenda non è il leader.
A me la cosa che terrorizza (sì: terrorizza) è quando ci mancano le parole per descrivere, interpretare, offrire una risposta a tutto quello che accade attorno, ogni giorno nella società.
Accade così che i pensieri si inibiscono, certe pagine dei giornali vengono saltate a piè pari, certi temi si trasformano in rimossi individuali e collettivi.
Prendiamo il testamento biologico. Su questo ci saranno pure le timidezze di qualche parlamentare come le convinzioni sincere di qualche fervente cattolico a far incazzare.
Ma una parola da spendere su questo tema, una visione sulla faccenda che può essere raccontata in maniera semplice o complessa io - noi tutti che ostiniamo a sentirci di sinistra - ce l'abbiamo. Che ci si appelli alla letteratura scientifica, al sentire dell'opinione pubblica, alla filosofia morale o che si dica semplicemente "per me ognuno è libero di scegliere quello che meglio crede per se stesso", so cosa dire, so quello che mi piacerebbe fosse e quello che proprio non vorrei.
Prendiamo invece l'emergenza stupri. Il solo chiamarla così fa storcere il naso. Viene voglia di dire "aspetta un attimo, spieghiamoci meglio". E allora si complessifica la questione dicendo che la violenza è un fare che sta permeando tutta la società, si citano le statistiche dicendo che la maggior parte delle violenza avviene tra le mura domestiche, si può sogghignare pensando alle destre e dicendo che se cavalchi certe questioni prima o poi ti si rivoltano contro. Ma sono solo considerazioni a margine di una risposta che non c'è.
Non c'è perchè da un lato non sappiamo nulla di una comunità quale quella rumena che conta 1milione e 200mila persone e chissà cosa pensano, e chissà come vivono, e chissà quale portato di rivalsa e rancore, di speranza o di senso di persecuzione che si annida oggi al suo interno.
Non c'è perchè il solo pensare che una comunità possa covare al suo interno un sentire collettivo e diffuso, buono o cattivo che sia, ci fa sentire immediatamente razzisti, come se stessimo etichettando, come se stessimo costruendo un pregiudizio.
Da un lato è venuta meno la voglia e la capacità di capire, impigriti dall'autoreferenzialità delle nostre reti virtuali, dall'altro si attivano tutte le inibizioni del politically correct, da bravi figli di borghesia illuminata che non direbbero ricchione a un amico neppure per scherzo, anche se è un amico vero, anche se tutta la tua vita racconta di discrezione e rispetto verso i gusti sessuali di tutti.
Ma noi oggi si parla solo di quali caratteristiche dovrebbe avere un buon leader del futuro. No, non ci serve un leader. Ci serve il coraggio per guardare la realtà. Ci servono le parole per non avere paura delle realtà.
Ps. Sì, questo blog da oggi è nuovamente attivo
giovedì, 28 agosto 2008 ore 12:06
Questo blog si prende un periodo di pausa.
Semplicemente tra i propositi del nuovo anno c'è quello di non sprecare tempo più del necessario davanti al monitor di un computer. Spero anche di riuscirmi a cancellare da Facebook anche se l'impresa appare ardua. Per ora è così, poi chissà.
Statevi bene.
martedì, 29 luglio 2008 ore 18:04
Avrei voluto scrivere ancora su Rifondazione, sull'autostrada che ha lasciato a soggetti che hanno uno scooter, al favore che è stato fatto a Veltroni che replicherà lo schema quercia-cespugli e a come, tramite l'analisi dei flussi elettorali e dei nodi territoriali si può già ben vedere che il partito che sta immaginando Ferrero si assesterà attorno 2,5%.
Poi avrei voluto parlare degli
appiedati che si sono trasformati in dis-appiedati.
Avrei voluto, ma non ho più voglia. Questo blog chiude per ferie anche se io ce ne avrò ancora fino a venerdì e saranno dolori. Torno a settembre, giorno più, giorno meno.
Ogni tanto qualcuno mi sfotte sul numero dei miei contatti: gli rispondo dicendo che non ho ambizioni narcisistiche (quelle le sfogo altrove) ma solo la voglia di segnare in maniera ordinata un po' di appunti e magari condividerli con quelli che a vario modo lavorano e riflettono con me sulle cose della politica.
Non giro altri blog, se non quelli nei link. Non credo che il web sposti un voto che sia uno, quantomeno in Italia, quantomeno per adesso. E non credo neppure al discorso della massa critica che da qui può nascere: troppe parole, troppa babele. Il paese è fuori, non lo si cambia picchiettando sulla tastiera di un computer.
Spero per le prossime 3 settimane di non vedere neppure da lontano lo schermo di un computer.
Ho solo voglia di fave e cicorie, penichelle pomeridiane, dei miei genitori, di mio fratello, delle due settimane che passerò al mare con la mancata coinqu.
E' stato un anno tosto, ne sono uscito vivo, la gastrite si è fatta sentire molto meno di quello che avrebbe potuto: abbastanza per cui rallegrarsi.
Buone vacanze,
Giuseppe
lunedì, 28 luglio 2008 ore 20:33
“E’ bello sentirti in un momento così tremendo. Ha cominciato a piovere forte. Sembra che il cielo voglia ribellarsi a questa vergogna. E’ cominciato il voto per Ferrero segretario. Il congresso è stata la rappresentazione plastica del tracollo della sinistra e di un regressione sociale e culturale che è innanzitutto all’interno di questa comunità. Hanno ucciso la rifondazione. Servirà tutta la nostra fantasia e un’intelligente passione. Oggi però il dolore è grande e la voragine del 14 aprile più profonda. Ti abbraccio”
Sms di una mia amica, delegata al 7° congresso di Rifondazione Comunista
Poi è passata la notte e quando stamattina dall’iPod è spuntato “Rafaniello” dei 99 Posse ho pensato che questa storia la potevo raccontarla in un modo solo.
Avevo 15 anni quando presi parte al secondo congresso del Partito della Rifondazione Comunista.
Rifondazione esisteva da 2 anni, c’era un clima misto di rancore e depressione, quello di chi vuole dimostrare al mondo che è vivo e vegeto e guai a dargli del sopravvissuto. Era un congresso difficile, ma io non lo sapevo, non lo capivo. Mi bastava sapere che qualcosa di quei simboli era ancora lì: la falce e il martello, bandiera rossa cantata a pugno chiuso a inizio e chiusura dei lavori: vecchi splendori, soprattutto se decadenti, su di me esercitavano un grande fascino.
“Sai, lui è il nostro deputato”. Fu con queste parole che Piero, mio segretario d’allora, mi presentò questo ragazzo poco più che trentenne dallo sguardo magnetico che fumava una sigaretta dietro l’altra: “Piacere, io sono Nichi”. Quando intervenne rimasi folgorato.
Per anni seguii la sua vita politica anche quando 18enne mi affrancai da quel mondo e capire che c’è un migliore di fare politica che stare in un partito: studiarla.
Passarono anni, venne un altro Gennaio. Vendola vinse le primarie. Una sera mentre guardavo tra lo sconvolto e il divertito una trasmissione di telefonate di emigranti su Puglia Channel mi venne un’idea folle: invitarlo a Siena per incontrare la comunità pugliese. La sala conteneva 250 persone, ce ne voleva una grande il doppio. Alla fine gli regalammo un mazzo di rose, mi disse: Che fai, mi tratti come una sposa del Sud?
E poi ieri, quando ha gettato la spugna al congresso, in quel momento ho rivisto l’immutata severa etica negli occhi, la febbrile concitazione, l’inquietudine come tratto di vita; in quel momento ho pensato a Saltatempo, il quindicenne protagonista di un romanzo di Benni in grado di predire il futuro. E mi sono rivisto a quel congresso di tanti anni prima, contraccambiare il saluto, pronunciando con tono allarmato queste parole: “vattene il prima possibile, ora sono solo dei depressi ma non diventeranno pazzi, peggio: questo posto diventerà un deserto dell’umana intelligenza, la passione si tramuterà in spocchia, la morale in tribunale, gli ideali in codice di comportamento del branco. Vattene, anzi, andiamocene tutti e due: Io a giocare a pallone e a preparare le interrogazioni di fine quadrimestre, tu a progettare una vita da poeta o da scrittore”
Mi avrebbe guardato come si guarda un pazzo ma chissà, forse ieri ci avrebbe ripensato mentre vedeva e tutti noi vedevamo quello che era un partito trasformarsi in un circolo ricreativo in cui lustrare cimeli del passato.
Non so davvero quale idea abbiano queste persone della società e delle sue trasformazioni, dei precari, di chi – come me – guarda soprattutto al nesso tra governabilità e consenso ma non disdegna il tema della rappresentanza anche a prescindere da questi due aspetti. Solo che la rappresentanza è degenerata in testimonianza e un partito che dice di volersi aprire alla società riproduce in toto le stesse logiche che dice di voler combattere: lo spezzettamento in mille rivoli, tanti piccoli branchi racchiusi nei loro recinti di identità minima in lotta gli uni contro gli altri: tassisti e guardie giurate, gruppi ultras e ronde notturne, Nord e sud, immigrati e non. Tutti mossi dallo stesso sentimento, la paura di perdere quel poco che si ha.
Pasolini diceva che i comunisti erano un paese nel paese, per dire che ne erano la parte sana.
Oggi quel poco che ne rimane dei comunisti è ancora un paese nel paese, ma non è parte sana e neppure parte malata: è quella in decomposizione.